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Fratelli d’Italia

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Fratelli d’Italia!
Di Cheikh Tidiane Gaye

Fratelli d’Italia,
voi i nuovi figli d’Italia
eccoci presi nelle reti degli autoctoni,
tra le vocali e le consonanti di una lingua
che non è nostra, ma abbiamo percorso
l’alfabeto del loro sangue e della loro nascita.

Fratelli d’Italia,
eccoci sterminati e calpestati,
derisi dal calore delle nostre lingue
dal colore del nostro sguardo
dal nostro cortese sorriso,
abbiamo cercato il pane
tra le Alpi e le valli
spinti dall’orgoglio
e respinti come barbari
abbiamo imparato a tessere
ma non abbiamo saputo tacere,
abbiamo risposto alle loro risa
con l’amore, alle loro diffidenze
abbiamo imparato a scrivere
il loro idioma e la loro storia.

Fratelli d’Italia,
oggi siete gli eredi del Nuovo
paese che si desta
“Stringiamoci a coorte
Siam pronti alla morte
L’Italia chiamò.”

Fratelli d’Italia,
chi potrà cantarvi se non il
vostro fratello dello stesso cammino?
Il vostro sudore il pozzo del paese,
le vostre mani le ali del paese
i vostri piedi le reali radici del paese,
i vostri occhi il fiore della beltà,
il respiro di questa terra
che si sveglia al mattino
con la luce dei vostri pensieri.
Avete abbracciato il paese con amore
e con amore avete il merito
di aver costruito l’edificio
della sua rinascita, il vostro sacrificio.
Il merito piega il ferro,
il merito vince la paura
il merito convince la convivenza,

Fratelli d’Italia,
oggi siete gli eredi del Nuovo
paese che si desta
“Stringiamoci a coorte
Siam pronti alla morte
L’Italia chiamò.”

Il merito canta la maestria,
il merito nasce fiorisce
e fa fiorire la rugiada,
il merito non muore
infine il merito canta.

Fratelli d’Italia,
L’Italia che chiama
stende la sua mano
solo a colui che culla il merito.

Fratelli miei, nell’uguaglianza
rispondiamo con il merito.

 

 

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Tolleranza

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Tolleranza

Poesia vincitrice del Premio Jerry Masslo Prima Edizione 2010 Cgil/ Flai

Quando la vidi arrivare
dall’andatura fiabesca
portava nella sua mano una luce
fiamma di lume che apriva il mio cuore
illuminava il mio vano, il mio rifugio diventava soleggiante
vivibile e profumato di fragranza
lei era l’ospite e non la straniera
con lei ho acceso la tenerezza e sciolto le nubi
della dissidenza e della disgrazia
lei rimarrà sempre nelle scritture dei miei ricordi

camminando ho raccolto il rosario,
la collana della mia fede
al di là degli oceani, ho saputo cantare con gli altri
al di là dei mari e delle montagne, ho cantato la dolcezza
al di là dei confini, ho respinto l’odio
inumato il livore e nel lungo mare dell’amore fraterno
mi sono addormentato nei calori delle sue carezze

adesso sfido il vento della discordia
e mi farò la capanna di pace
tesserò il tetto con i fiori del deserto
e ogni mia saliva annaffierà i cuori sofferenti

innalzerò ad Amsterdam, Nantes, Bordeaux
la statua della pace per ricordare la sofferenza
degli schiavi neri venduti e umiliati

purificherò Rio De Janeiro e Rosarno
Cuba e Castel Volturno
sdraiato sulle coste di Lampedusa
ricorderò le sofferenze dei popoli neri
il mio respiro si alzerà nelle trombe del Jazz
per nutrire il ventre dei ritornelli

partorirò l’unica parola nelle barche negriere
nelle coltivazioni nei caraibi dove le lacrime innocenti
hanno riempito il sogno dei potenti
loderò le vene dei degni, le glorificherò
perché il loro sudore ha irrorato i nobili giardini

pianterò a Gerusalemme, Gaza e Palestina
l’albero della tolleranza e aprirò gli occhi dei profughi
di Darfur e del Congo

tolleranza, sei vergine
robusta come le radici del baobab
ti porto sulle mie spalle
poiché sono il figlio dell’arco
drappeggiato dal mio tempio
sei il cuore, il sacro cuore
sei il sangue, il canto
il fuoco fulminante
cantami la canzone per poterti
stornellare nel nido della meraviglia
l’inno della gloria
sei la purezza, il vulcano eruttivo
il braciere delle meteore
il granaio delle metafore,
il tuo nome è già una scintilla
che accende l’ombra – frescura
ogni tua sillaba è una pagina,
ogni tua pagina è storia
ogni tua storia è tempo,
ogni tuo tempo è percorso
sei anafora e anfora
il tuo tragitto è tracciato nel barlume della speranza
scolpito nelle tue labbra lunari
incrostato nella corazza delle tartarughe
muraglia del tuo corpo,
il tuo sorriso salmodia il cuore della neve
sciolto, apre il polmone dell’universo
il tuo nome unisce,
sei l’arcobaleno amante dei colori
sei nera, la purezza della vita
sei rossa, l’amante delle notti fertili
sei gialla, il colore dell’anima libera
sei bianca solare come il sole d’estate
sei la colomba, figlia della bontà
ti darò l’alessandrino e desta il verso dorato
nei percorsi della felicità
sappi che la mia lingua non ha confini
la mia nascita non conosce le frontiere
ti canto e ti rivesto di odi
e vorrei che la luna ti seguisse
nei perimetri dell’amore

costruirò in ogni angolo del mondo chiese e cattedrali
moschee e monumenti, ponti e piramidi
presterò le mie orecchie al campanile
e al canto del muezzin
ogni popolo reciterà la sua libertà
nella cima dei desideri per improntare l’amore
nei sentieri orgogliosi della dignità umana

seduto fra mille lingue,
reciterò mille preghiere
scandirò mille volte il tuo nome
morderò tifoni e tempeste
per scolpire la vera parola all’alba della tregua
che appenderò ovunque

parlo solo per te, sei la donna che voglio sposare
la tua bocca ha l’aroma languido
il tuo sguardo è la mia dimora,
il tuo respiro attizza il fuoco del tuo profumo
nasci nel ventre del ritmo e nei passi della cadenza

infine sogno una terra dove le lingue si intrecciano
per figliare la pace e l’amore
alzo il tuo nome, la mia bandiera
seppellirò inni e oneri dei re
poiché il tuo regno è l’unico impero

la lingua che sgrana i tuoi vocaboli è santa
e sarà santo chi si tufferà nell’inchiostro della tua anima
il fiume purificatore nelle nuove albe

alla grande alba le onde misericordiose cingeranno
le spiagge sete di pace e di tolleranza

voglio però seminare il tuo nome
nell’orto del mediterraneo.

Tolleranza : si precisa che il titolo Tolleranza è stato utilizzato solamente come licenza poetica.

Cheikh Tidiane Gaye

Canto per Obama

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Poesia scritta prima della famosa vittoria di Barack Obama nel 2008

Quanti barconi accostavano sulle coste del Mississippi
gli sguardi smarriti nei meandri della disperazione
le stelle in lutto,il cielo melanconico, il sudore d’oro
che arricchì terre senza passato e senza presente?
La piroga che abbandonava l’Atlantico,
che palpitava le valvole dei tuoi nonni i nostri nonni
la piroga dei rancori partorì la lava del vulcano,
il sangue fuoco fulminante delle notti buie,
notti solo di malore e di dolore:
quel sangue è del leone e dell’orso
che all’alba aprirà l’occhio del sole e della luna.
Il tuo sogno approda sulle spiagge di tutti i cuori innocenti
nelle onde canticchiando offrono la brezza di primavera
la speranza scolpisce le tue labbra e sforna l’amore
e dal tuo sorriso di marmo sorriderà un intero popolo.
Dal tuo spirito pittore e dalla tua anima novatrice
stampi con orgoglio nell’asfalto il timbro unificatore
– la tua voce di flauto non illumini la spada dei nemici della pace
ma addolcisca di gioia le lacrime purulenti.
Già da oggi la storia ha riempito i fogli della memoria,
le parole spalmate nei nostri sguardi,
gli applausi intrecciano la libertà
di un popolo imprigionato nella notte dei tempi.
Oggi i fiori sbocciano i dolci frutti
i frutti dalle radici secolari
i secoli che riempiono i pozzi di bei ricordi:
Gorée rinasce, il cielo di Bahia sorride
Mississippi canterella, Harlem intona il suo Jazz –
Oggi, il vento rinfresca gli sguardi sperduti,
le stagioni applaudono e la piuma riscrive il lungo cammino dei negri.
Sono partite le stelle accolte nel cielo della misericordia:
Martin Luther king dalla lingua di spada che non violentava la parola
Malchom X che cantò la libertà, Marcus Garvey la storia leggendaria
oggi sei tu il barometro della storia
invulnerabile Masai, dalla tua voce tronca il tifone
la tempesta non passeggia nel tuo cammino
sei un bianco,un nero,un mediterraneo, un arabo
profumato d’oriente e bagnato nel Nilo
porti ovunque la bellezza della razza umana.
Obama,
Baraka su di te
sei la luce del mezzogiorno che alza la bandiera della libertà,
sei il sangue fertilizzante delle terre aride
l’acqua pura nutriente che annaffierà le piantagioni sterili,
sei la bussola che offrirà la parità, il fulmine salvatore
dopo le risse torrenziali,
il tuo cammino reale più elegante dello struzzo
sfoderato negli sguardi di Chaka lo zulù e di Sundjiata il mandingo
Obama,
hai già vinto e non ti resta che vestirti dell’arcobaleno
e nel tuo dorso di tenerezza,imbustare tutte le speranze perdute.
Ricordati le mani colpite nelle piantagioni di cafè e di cacao
ricordati secoli di pianti e di lamenti,
bocche imbavagliate,lingue strappate, pelli ferite
ricordati sangue degni immolati nelle strade per rivendicare la libertà
ma perdona e offri a tutti la tua grazia
sii clemente quanto la madre di Calcutta
sei la trombetta, il tam-tam
suoni la musica che addolcisce i cuori deserti
strappi l’ago per cucire le barriere fino ieri di vergogna
accendi il carbone negro per illuminare la statua della Libertà.
Se potessi,
ti darei il cavallo di Aimé Cesaire
e della sua lingua sfameresti le bocche senza lingue,
se potessi,
ti darei le sillabe di Senghor per nutrire i giardini di Washington,
se potessi,
ti offrirei un bagno rituale per purificarti a Tumbuctu.
Nel tuo cuore tutti i neri leggono la speranza,
nel tuo sguardo l’avvenire del mondo e dal tuo cammino epico
la vittoria attesa dell’umanità.
Obama,
con il mio tamburo intessuto di pelle di capra
dal mio legno scolpito nelle radici del tamarindo
la bacchetta ancestrale intona il ritmo reale per incoronarti:
il figlio leggendario partorito nell’antro della tigre
battezzato nel raduno dei leoni,
il tuo nome scelto nelle notti evocatrici
il tuo passo svelto, canterò il tuo cuore olimpico.
Obama,
Che la luna appenda il tuo nome nel firmamento del trionfo
e che il sole ti protegga dalle spine velenose.
Ho già seminato le mimose,
e quando la freschezza riempirà la mia casa a novembre
la fraternità vincerà sull’odio e la disuguaglianza.
Baraka: in lingua araba significa benedizione

Il canto dell’acqua

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Aria fugace
nel ruscello,
glu, glu, glu,
qua e là
bella musica
che rinfresca
la mia mente;
aria pura,
nutriente
dell’orticello,
glu, glu, glu
là e qua,
acqua
aria che finisce
nelle radici
nelle pianure
nelle piante,
aria fluida
che corre,
corre nel cuore
fila, fila
qua e là,
acqua
come un serpente
nelle onde,
curve colorate,
ma quando passa
attraversa sempre
il suo dritto
cammino.
Donde viene?
In una grotta!
Sentire, sento
un canto diverso
sulla spiaggia
del lago
sulla riva
del fiume,
sulle coste
del mare
come nella roccia,
come nella neve
come sotto la pioggia.
Sento il silenzio
assordante,
scrosciante
sento
l’effluvio fresco
dell’aria.
Tutto riprende,
ma ho sete;
tutto tace,
ma voglio
riempire
le mie bottiglie
e marciare
e camminare
e correre
e ancora a sfilare;
tutto intimorisce,
ma voglio
inondare di gioia
il mio cuore,
la voglia di
galoppare
le onde ancora
sopra le dune,
scavare
le montagne
al tramonto
del sole d’estate.
Alla prima mattina
mi prendo il mio ago
per cucire
i tessuti del lago;
alla prima mattina
canto il canto
della pioggia
che giunge
in forma di versi
che diventa poesia,
alla prima mattina
l’alba diventa
la mia fonte:
l’innata fontana;
alla prima mattina
non mi serve più
l’ombrello, mi sento
protetto
sono il tetto
la vitalità della vita.

http://www.el-ghibli.provincia.bologna.it/id_1-issue_09_37-section_1-index_pos_6.html

Nel sonno esistenziale

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I fischi bassi addolciscono

le mie serate diurne
gli applausi muti mi placano
il sorriso defunto
nel corteo carnevalesco
lo sputo gioioso dei nemici
mi rende forte, saldi i piedi.

L’aritmetica risplende
il mio pensiero
accanto alla geometria
delle mie parole lampo,
le due strade
hanno disegnato la parabola
della mia opera,
mi sono fatto l’iperbole
di versi voraci,
i miei temi di sapore salato
sobri infiniti.

Sono cielo e terra,
tempo e temporale,
fulmine folgorante
nella tana tiepida del tempo.

Ho sbagliato sempre a rimare
ma ho lodato l’ode – pianto,
ho voluto un testo
rimante discordante
nella grammatica dei miei sogni
e ho partorito quadri colorati
indolori, insipidi e perenni.

Nella mia chiusa piazza
solitaria affollata
una linea orizzontale
si affacciava
al verticale tortuoso cammino
del mio essere
presente inesistente.

Dopodiché ho imboccato l’ingresso
bussato alla porta azzurra chiusa
e nella stanza arde la lampada,
fuori una luce buia
che orientava il mio sguardo
ancora cieco e dettava alla mia voce
piccola grande voce che diceva:
sorridi agli invidiosi
poiché verrà sempre il parto
di una nuova alba.

http://www.el-ghibli.provincia.bologna.it/id_1-issue_09_36-section_1-index_pos_3.html

“In una terra, l’Africa, da cui tutto pare aver avuto inizio. Anche la poesia.” Recensione di Giuliana Nuvoli Professore Ordinario Università di Milano

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Rime abbracciate è una raccolta di versi in cui molte cose si intrecciano fra loro e restano saldamente unite. In primo luogo gli autori, Cheikh Tidiane Gaye e Maria Gabriella Romani Kouacou: lui nato in Senegal e naturalizzato italiano, anzi milanese; lei nata a Roma e trasferitasi in Costa d’Avorio. Più lungo e straniante il cammino di Cheikh; un tragitto più breve, ma solo se riferito allo spazio, quello di lei.
Poi la lingua: italiano e francese a fronte, in modo ingannevole come nelle traduzioni. Ma qui la poesia viene ri-pensata e ri-scritta ora nell’una, ora nell’altra lingua, in un rimando specchiato che istituisce una sorta di gara tra le due…. Infine la materia e lo stile, che impongono una lettura separata che, questa volta terranno le poesie distinte e lontane.
Nella lirica di Tidiane Gaye due elementi sono ravvisabili da subito: la consapevolezza della scrittura e la misura epica della narrazione. Il primo elemento è presente in apertura, in una lirica che è un chiaro enunciato di poetica (La mia poesia):

La mia poesia si canta
sotto lo splendore della luna
canta le stagioni
predica e segue il vento delle canzoni
scivola negli angoli remoti
e nei corridoi dei suoni e dei ritmi.

La poesia è suono che si diffonde, potentemente legata alla natura e dotata di una fisicità autonoma. È rumore e movimento. Ma, in quanto legata alla natura, è anche colore:

La mia poesia è una voce ma non urla
un suono che traccia il cammino dell’amore
un pennello che pittura il cuore della parola.
[…]
La mia poesia si disegna
dipinge
scolpisce

Parola e immagine sono intrecciati fra loro in un percorso che assume da subito una misura epica:

La mia poesia […]
tradisce il rancore e l’odio
traduce le righe delle mie mani
i sentieri del mio destino
e l’incenso delle melodie.

Quella misura che ha il suo modello più celebrato e sicuro in Léopold Sédar Senghor e nell’esaltazione della “negritudine”. Un mot de passe, un segnale di riconoscimento di un popolo ancora in lutto (Patria):

Hanno ridotto in cenere le nostre anime
Terrificato i nostri sguardi
Frantumato i nostri specchi
Incendiato il nostro sangue.
[…]
I troni erano bruciati, le nostre credenze calpestate
Le lune orfane partorite nelle notte infedeli.

La storia del popolo nero, che ha dovuto nutrirsi di violenza, devastazione, schiavitù e soprusi, continua a lasciare un segno profondo, come quando Jean Paul Sartre scriveva: “Il nero cosciente di sé si presenta ai suoi propri occhi come l’uomo che ha preso su di sé tutto il dolore umano e che soffre per tutti, anche per il bianco”. E’ una sorta di narrazione cristologica quella di Tidiane Gaye, imbevuta di memorie che, all’orecchio dell’uomo occidentale suonano come citazioni bibliche :

Dico e ribadisco: “smettete di bagnare le mie corde,
smettete di avvelenare le mie terre e di liquefare il mio ferro”

Una memoria davidica, parrebbe: poi ci si rende conto che i Salmi e questa poesia attingono dalla stessa fonte, quell’Oriente carnale, misterioso, sensuale e simbolico che ha dato vita al Cantico dei Cantici. Una fonte da cui pare attingere la splendida Nima – Roga

Il tuo corpo biondo
La tua altezza gazzella
I tuoi occhi uovo
La tua bocca mi copre dal freddo.

Nima,
quando parli
nasce l’allegria, la tua voce è canto
cantare, cantano i tuoi occhi, sei il sapore della notte
che offre il calore del fuoco e la fiamma della luna.

Lirica che si chiude con un distico di grande musicalità:

Nima,
il sole che richiama la tua ombra
è carezza sul mio petto incantato dal tuo profumo

che, però, solo in lingua francese si stempera in pura melodia:

Nima,
le soleil appelant ton ombre
est caresse sur ma poitrine enchantée par ton parfum.

L’amore per la donna, l’amore della donna; l’amore della madre. Facce diverse di un medesimo prisma che si nutre di fisicità calda e colorata (Madre):

Sei un fiore
Il gambo, la gemma, l’albero
Il peso dei miei sogni
Si sbilancia sui palmi delle tue mani sobri.

La rappresentazione della figura materna avviene secondo un codice di perfetta compenetrazione con la natura: ma la madre (la donna) è altro ancora: è la depositaria delle storie; è l’orecchio che ascolta; la mente che comprende; il cuore che consola. E’ colei con la quale è possibile l’intimità assoluta e la fusione delle anime:

Ho prestato alle mie orecchie le tue inquietudini
Ho bevuto le tue parole
I tuoi mali sono diventati le mie vertigini
Ho condiviso i chiarori di tutti i soli
Di tutte le notti
Delle ore.

Il registro lirico si insinua, così, fra quello epico, utilizzato quando la materia è la storia della sua gente, e quello lucido e più discorsivo, utilizzato quando le dichiarazioni si poetica si fanno urgenti e imperiose. Ma, alla fine, il lettore si accorge che è proprio questo, quello più congeniale a Tidiane Gaye, come mostra Vita:

La vita è una parola
la parola può diventare un’arpa per l’anima
ogni parola può essere una luna
la vita è:
il linguaggio che l’orologio non conteggia.
E’ una lettura strana, quella a doppio registro linguistico: l’occhio vaga dal testo in lingua italiana a quello in lingua francese in modo occasionale, discontinuo, talora impreciso. Ma, quando più a lungo si indugia sul secondo, un altro modello balza agli occhi: Arthur Rimbaud. Non è mai possibile stabilire quanto diretti, consapevoli, voluti siano gli esiti della vischiosità della memoria. Ma è certo che suoni, colori, aspetti visionari della poesia all’area rimbaudiana sono ascrivibili (J’ai vu):

J’ai vu le temps converser avec l’espace
J’ai vu l’ombre courtiser la parole
La parole brodée de fragrances
Je me revêts de ma langue
Je me mouille de la salive de mes anciens
Du bâton de leur sagesse
Je lève la voix de la vérité.
Je me fais la circonférence du verbe
Point d’interférence
Ton éloquence ma référence
Je calcule l’angle des syllabes
Je fais le compte des pieds,
Le diamètre de mes vers
Est la braise qu’illumine mes chants
Et que réchauffe la flamme tiède et douce des étoiles.
Enfin, je peins chaque parole.
Qui doute de mon existence?

Moi!
Je suis.

Affermazione cartesiana, che rivendica con forza come vera risposta al dubbio e alle domande sulla ragione d’esistere, la vera risposta sia il prodotto artistico: in questo caso ciò che indubitabile resta, è la poesia.

Più omogeneo è il tessuto della poesia di Maria Gabriella Romani Kouacou: questa volta la madre lingua è quella italiana, in cui si muove con più fluidità e maestrìa. Il suo registro privilegiato è quello lirico; la materia della sua poesia è prevalentemente onirica. Ma in un senso suo proprio: i suoi sono i sogni dei fanciulli; i sogni delle creature innocenti che si muovono nei boschi incantati delle fate (Bosco incantato):

Mi ha sedotto la voce del vento
che lieve ha bisbigliato:

Non voltarti
Non fermarti
Seguimi.

L’ho seguito cantando nel bosco
Ma i passi leggeri
hanno ferito i miei piedi
ai rovi acuminati.

All’ombra del grande albero
ho poggiato il mio capo
per cercare riparo
all’alito del sole

E il bosco ha parlato
Al mio cuore incredulo:

Voci di gnomi, risa di fate
sussurri di ruscelli, canti di fiori

Il cervo mi ha donato i suoi occhi
Il leone il suo cuore

Linguaggio, dunque, tra l’immaginifico e il simbolico: dove la personificazione giuoca un ruolo da protagonista perché non vi è separazione tra le specie e i generi degli esseri che si muovono sulla terra. Un animismo che la Romani ha sicuramente assimilato in Africa, perché alimento primario di quella cultura. Il suo amore per quella terra è scoperto e dichiarato (Madre Africa):

Dalle lontananze dei tempi
mi hai amata

Terra d’Africa
Terra rossa
Terra Madre

Dal bosco sacro
Dal possente tronco del baobab
Dal prodigioso eco dei tam tam
Ho udito il tuo richiamo.

Più morbido del karité
Più vellutato del mango.

“Terra Madre”: questa clausola definisce in modo irrevocabile il rapporto che si è creato con quella terra, che non si è ancora lasciata devastare e mettere in schiavitù dall’uomo. Che reca ancora i segni forti di una storia che chiede rispetto (Figlio mio):

Ho evocato paesi lontani
Storie di sogno
Magiche epopee.

Figlio mio
Nato in terra d’Africa
Figlio di mondi diversi
Figlio dell’avvenire

Sia lieve il tuo passo
Rispettoso
Sulle terre dei tuoi antenati

Sia gentile il tuo verbo
Delicato
Nell’unire i nostri canti

Registro squisitamente lirico, dicevamo: dove gli affetti rappresentano la materia che nutre la poesia. Affetti di madre, di figlio, d’amico. E d’amante (Innamoramento):

Cerco nei tuoi occhi
le melodie sinuose
di tramonti stranieri.

Nelle tue mani
la carezza bruciante
del vento del deserto

nel tuo cuore
il nostalgico sogno
della luce.

Poesia fluida, quella della Romani, che scivola come l’acqua fra le dita. Fatta di versi brevi: privilegiati il quaternario, il quinario, il senario, con rare concessioni al decasillabo e rarissime al principe dei versi italiani, l’endecasillabo. Quale viaggio ha compiuto, per scrivere con questa grazia leggera? Certo, verso l’Africa. Ma è come avesse attraversato il Mediterraneo, fermandosi a Mitilene, e avesse assorbito il miele della poesia di Saffo (Luna piena):

E’ piena la luna
stanotte

Colma di sussurri
di echi e dolcezze

Colma di segreti
di silenzi
e magie.

Dispiega Afrodite
il diafano velo di seta
su uomini e cose.

E si acqueta il cuore
rapito dall’incanto.

Bella, questa piccola lirica, che genera un incanto sospeso e prezioso. Come si può ritrovare anche nell’incipit de La sera del dì di festa di Leopardi (grande debitore di Saffo), o nel duetto finale del primo atto di Madame Butterfly di Illica e Giacosa, ma reso struggente dalla musica di Puccini.

Un intreccio, dunque, riuscito, in questo libretto di versi, che scorre via, emoziona e trasporta in un altrove che è così vicino eppure così poco conosciuto: “in una terra, l’Africa, da cui tutto pare aver avuto inizio. Anche la poesia.”

Maggio 2012

L’étreinte des rimes – rime abbracciate – Cheikh Tidiane Gaye – Maria Gabriella Romani Kouacou
L’Harmattan – 2012
pp. 86, 11,50 €

http://www.el-ghibli.provincia.bologna.it/index.php?id=6&sezione=4&idrecensioni=180

Umanizziamo l’immigrazione

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Quando prendo la mia penna e mi metto a riflettere sull’integrazione e sull’immigrazione, mi trovo di fronte a grosse difficoltà e nell’imbarazzo. Non so davvero dove iniziare e come spendere il mio inchiostro. Quando penso a cittadini malviventi che sfondano le serrature delle case per derubare i risparmi delle famiglie, mi rammarico e mi viene l’idea di tornare nella mia terra nativa. Mi addoloro di più di fronte a tante donne vittime di stupri, violentate: piaghe ormai incurabili e vite sepolte per sempre, le cui notizie sempre stampate in grassetto in prima pagina dei giornali non fanno che riempire di rabbia la popolazione e sfavorire l’integrazione.
Allo stesso modo, mi rattristo quando la soluzione tarda ad arrivare. I cittadini sono più che mai disperati quando la politica usa il populismo, facendo credere di risolvere così tutti i mali dell’immigrazione, mentre il processo dell’integrazione va a passo d’uomo.
Fermare l’immigrazione clandestina è una condizione sin qua non, ma penso che sia doveroso cominciare ad agire, a proteggere e difendere i cittadini che vivono nel nostro Paese regolarmente. Donne e uomini non italiani, che si alzano presto la mattina, che percorrono le nostre strade in macchina o prendono i nostri autobus, la metropolitana per recarsi al lavoro, che versano i loro contributi all’Inps, che pagano l’Irpef e le tasse; dei cittadini di religioni e di provenienze diverse, ben integrati nel tessuto socio-economico e culturale che si sentono, purtroppo, cittadini di serie B. Credo che se affondasse la “barca”, la nostra cara Italia, nessun cittadino si salverebbe.

Possiamo smettere di guardare nel retrovisore ideologico? Possiamo condividere il libro fondamentale del nostro Stato, che unisce il Nord, il Sud, l’Est e l’Ovest del Paese?

I tempi sono più che maturi per creare il vero melting pot, non sul modello inglese o francese, dove è stato costruito in tanti anni d’assimilazione ma l’integrazione ha fallito; e nemmeno su quello americano, poiché la nostra terra non fu la macchina di commercio della schiavitù. Bisognerebbe abbattere i muri dei pregiudizi e considerare la diversità come ricchezza; costruire un Paese con il contributo di ogni impronta dei suoi cittadini. Tal politica non vuol dire spalancare le porte del Paese agli ignoti o negare la nostra civiltà, ma offrire ai propri cittadini l’opportunità di poter rimboccarsi le maniche per affrontare le sfide del mercato moderno e divenire consapevoli di essere i veri protagonisti del futuro.

Stampo le mie parole nel condizionale poiché il quadro non è ancora idoneo per una società equa, un Paese che utilizza ancora anatemi per chiamare lo straniero. Vorrei una società più accogliente, uno Stato più sociale, un governo più pragmatico nel legiferare, un Paese che si rispecchiasse nei valori e nelle leggi della sua Costituzione, un popolo con medesimo denominatore comune: amare, accogliere e rispettare diritti e doveri. Non voglio delle gabbie nelle scuole, luogo per eccellenza della conoscenza e del sapere, non vorrei che lo straniero si sentisse emarginato ed escluso; non vorrei che la badante fosse sfruttata e considerata come schiava; non vorrei che lo straniero diventasse solo un marciapiede per la forza lavoro. In una società civile le minoranze devono essere protette e non umiliate. Non vorrei però che il cittadino cancellasse i simboli o negasse la cultura del Paese che lo ospita.
Diritti e doveri sono due binomi, pilastri non solo della nostra Costituzione, ma la luce per uscire da qualsiasi emergenza.
Per arrivare a questo risultato occorre umanizzare l’immigrazione, rivedere il piano internazionale, le politiche economiche che hanno messo in ginocchio i Paesi del Terzo Mondo e che continuano a impoverire la pianeta: l’Africa in prima fila con le sue malattie, la fame che continua a far registrare una percentuale elevatissima di mortalità infantile. La conseguenza non può essere che l’immigrazione, popoli che sfuggono come uccelli alla ricerca di un tetto per salvarsi dalla povertà, dalle guerre e dalla disperazione. Umanizziamo l’immigrazione, per controllare meglio i flussi migratori, cancellare le distorsioni economiche e sociali nel mondo, favorire l’integrazione facendo rispettare le leggi del nostro Paese e dare a ogni cittadino la possibilità di costruirsi e di costruire il suo cammino per il bene della collettività.

http://www.avoicomunicare.it/blogpost/umanizziamo-limmigrazione

Quello che ancora non abbiamo: una Nuova Carta dei Diritti Umani by Cheikh Tidiane Gaye

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Era il 1789 quando, per la prima volta, si materializzò la volontà di riconoscere i diritti agli individui, ma quante carte sono state emanate nella storia dell’umanità? Parecchie.

È passato molto tempo e si continua ancora a parlare e a riflettere sulla filosofia dei diritti umani. Non si può affermare che lo sforzo non sia approdato a nulla, ma evidentemente la situazione dell’umanità e i risultati delle politiche sin qui ottenuti non fanno mancare innumerevoli dubbi.  Le stragi atroci che hanno afflitto l’umanità sono tante: la schiavitù, il colonialismo, la decolonizzazione, il genocidio ruandese, le dittature nel Terzo Mondo, il terrorismo in Medio Oriente, la guerra storica tra Israele e la Palestina, i colpi di stati orchestrati in Africa, il Terrorismo religioso … senza ovviamente dimenticare i diritti calpestati dei Migranti. Non dimentico, ovviamente, la nuova forma di schiavitù che arricchisce l’occidente. La manodopera migrante, ad esempio, è, agli occhi di tutti, la nuova forma di schiavitù. I paesi sviluppati e  industrializzati che comandano il mondo hanno un tasso di clandestinità molto elevato, per citarne alcuni, gli Stati Uniti, la Francia … I diritti dei profughi e clandestini sono negati: in alcuni stati la clandestinità è considerata un reato.

Non mi soffermo solo sul tema dell’immigrazione. Le donne soffrono, torturate e umiliate nei paesi dove governa l’estremismo islamico. Non solo, in altri paesi del mondo anche l’omofobia cresce.

Ora non possiamo più rimanere nel quadro disegnato da alcuni umanisti del passato e dai politici capitalisti odierni e continuare a consumare  teorie fiabesche. Il mondo va avanti e i legami economici, socio culturali ed etnici crescono in  modo esponenziale e sorprendente. Davanti a tale fenomeno considero ormai inefficiente l’attuale carta dei diritti umani.  L’intreccio tra le culture e l’accrescimento dei fenomeni migratori (per le persone), lo scambio economico e le meritate scoperte informatiche (internet), ci spingono a credere che l’umanità si unifica, si collettivizza per diventare un solo mondo con le sue ricchezze, sia materiali che spirituali e intellettuali, destinate ai suoi cittadini. L’andamento attuale descrive una nuova letteratura del concetto di diritti umani. Le grandi democrazie devono risvegliarsi e frenare l’onda mortale. Gli oceani e i deserti sono diventati cimiteri; nelle città metropolitane crescono i ghetti e in tanti paesi assistiamo a ribellioni, guerre, manifestazioni popolari.

Il coraggio vuole che si affermi senza paura che i diritti sono negati, calpestati e derisi. L’Africa fa fatica a rialzarsi davanti ad una mondializzazione iniqua, l’Europa vive una crisi di identità, l’Uomo non ritrova più la pace sociale tanta desiderata.

Il paradosso oscura la politica occidentale con il populismo, che non fa che accrescere discriminazione, divisione e disuguaglianza. A tale proposito il nuovo millennio segna il fallimento dei politici. L’umanità soffre di politici inadeguati. Non vi è la possibilità di percepire la vera realtà e creare una condotta per il bene dell’umanità intera. In questo momento si dovrebbe ragionare sul riconoscimento dei diritti di ciascuno di noi e non dell’emancipazione di coloro che storicamente sono oppressi e dominati. Le distorsioni sono parecchie, discorrere sempre sul tema davanti ai massacri, al sangue che inonda i nostri salotti tramite i reportage televisivi, alimenta solo l’indignazione. La Nuova Carta dei Diritti dell’Uomo avrà il compito di capitalizzare i nuovi fenomeni sociali, culturali ed economici e di non fermarsi solo sull’ “autonomia” degli individui, ma celebrare la vera essenza dell’Uomo: la sua singolarità e la sua dignità. L’ultima parola non deve essere solo la cultura e l’ origine, ma la dignità di vivere, studiare, curarsi, crescere, invecchiare insomma vivere.

Non indigniamoci quando i migranti chiedono parità di trattamento e alcuni autoctoni deridono e criticano pesantemente le nostre posizioni. Il preambolo dei diritti dell’Uomo non è stato ben ricordato ai nostri “oppressori”. Ognuno è cittadino dalla terra che lo ospita. Sembra  retorica ma è la giusta realtà. Il mondo come concepito appartiene a tutti e la rivendicazione di appartenenza ad una cultura piuttosto che ad un’altra sembra follia e inesistente. L’Uomo deve accettare la pluralità culturale come ricchezza, l’appartenenza alla propria cultura come identità e poi coniugare nello stesso tempo i due elementi per vivere nel mondo. Finché il politico, l’umanista, l’uomo in generale farà fatica ad accettare che il suo avvenire è il meticciato, sarà ovviamente difficile disegnare la vera Carta dei Diritti Umani.  Dobbiamo credere molto di più a noi stessi, all’Altro che s’identifica in noi stessi. Dobbiamo prendere coscienza che i nostri valori avranno senso solo quando gli altri daranno loro qualità. Dobbiamo infine cancellare dalle nostre mentalità che le nostre culture siano migliori e più importanti delle altre. Le società occidentali che ospitano i migranti non devono pensare solo all’aiuto, ma lavorare per far nascere un ambiente idoneo per lo sviluppo delle libertà individuali. Non chiamo questo fenomeno integrazione. Come non accetto gli aiuti umanitari dopo che mi sono state vendute le armi e acceso il fuoco.  Abbiamo il dovere di espandere la parola “libertà” in tutte le stanze della vita per vivere degnamente. Libertà vuol dire decidere, scegliere. È solo quando la libertà individuale è garantita che si può parlare di collettività, di riconoscimento e di veri Diritti. Ricordo solo che dalla nostra legittimità parte la nostra Libertà. Il non riconoscimento dei nostri diritti traduce il vero fallimento della Carta dei Diritti Umani. Questa libertà  che cerchiamo si trova, penso, nella carta Manden proclamata nel 1222 per l’incoronazione del sovrano re dell’impero del Mali, Sundjiata, che racchiude le  seguenti affermazioni:

« ogni vita è una vita »

« il torto richiede una riparazione »

« aiutatevi reciprocamente »

« veglia sulla patria »

« combatti la servitù e la fame »

« che cessino i tormenti della guerra »

« chiunque è libero di dire, di fare e di vedere »

La mia domanda è: non sarebbe meglio tornare negli anni 1222 per vivere  dignitosamente? Rivisitare la Carta dei diritti è il nostro dovere.

A mia madre – Poesia tratta da Ode nascente – Cheikh Tidiane Gaye ( edizione dell’arco)

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Ti ho vista sotto il sole di mezzogiorno
la tua pelle sbiancata, specchio della tua anima
non ti riconoscevo più, ma ci sei sempre
sei il sale dei miei ritmi
tra le stelle, nel cielo tutto buio, brillava
solo la tua, conchiglia sulla spiaggia tenera
sei il mio angelo nel mio sogno incubo.
Non ti ho perduta: sei l’occhio luccicante
la collana reale sul mio nudo collo,
il tuo dolce sguardo, infinito cammino che insegna,
sei l’insegna nel mio cuore oscuro.
Luce gioiosa, cadenza cristallina
il tuo sguardo mi risvegliava nel silenzio della notte
la tua ombra m’accompagnava nelle piramidi degli spiriti
l’universo accoglieva i miei sorrisi e i miei pianti
le mie labbra cantavano la tua voce di miele
ai piedi del tuo sguardo, ti guardavo come la notte,
ricca come la roccia, acqua benedetta.
Guardavo il mondo da un occhio solo:
mi sono bagnato e purificato
e da due occhi, contemplavo l’oceano, i vulcani e il mare
tutto l’universo testimoniava la tua sobrietà virtuosa.
Ti ho appesa nella galleria dei miei colori
e custode del tempio delle maschere, ti lodo:
sei la galassia, mi tuffo
nel pozzo dove sgorga l’acqua
miele, seme nel mio prato verdeggiante.
Nelle tue braccia mi perderei nelle onde del tuo profumo
sei la pioggia purificatrice delle mie aride mani
la tua voce, vero canto, altalena come colomba.
Aida,pronuncio il tuo nome sette volte

sei chioma e ombra
ti sei vestita della notte
ed eccoti annientare il silenzio delle tenebre
hai sposato il cielo
ed eccoti volare nei cieli della concordia
hai conquistato il polso della solitudine
nome che illumina gli occhi
il tuo nome è fogliame freschezza
covavi i tuoi figli
sogno di dipingere i pilastri del tuo nome
le tre sillabe dai piedi d’oro
lo specchio ha resistito alle tempeste d’estate
il sorriso radioso ha stroncato le tenebre
sbocciano gli alberi corallo
sotto il sole ardente bagnato dal tuo sudore, sacrificio
della tua intera vita.
Che nome, il tuo!
il tuo nome rinasce infine scortato da stormi
di uccelli di umiltà.
All’alba, in mezzo al mio giardino, sei l’albero
il tuo piede il ramo, la radice, la linfa che allatta
nutre la bocca innocente
il profumo che non marcisce
aroma di pietà.
Sei luce perenne,
vocale che partorisce le consonanti
parola che legge il silenzio del vento
carezza del linguaggio
è solo a te,
latte leale,
solamente per te
compongo la vera canzone
melodia per addormentarti
sinfonia in tuo onore
oboe di tenerezza.

Andate e mescolatevi intervista Mirko Roglia pubblicata su Mumbleduepunti

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Intervista a Cheikh Tidiane Gaye, poeta e scrittore

di Mirko Roglia

Cheikh Tidiane Gaye,  poeta e scrittore, membro di Pen Club Internazionale, è nato a Thiès in Senegal. La scrittura è sempre stata la sua passione più o meno segreta, sbocciata in ambiente e lingua italiani con il libro Il giuramento (Liberodiscrivere, 2001), seguito da Méry principessa albina (2005) e Il canto del djali (2007), entrambi pubblicati dalle Edizioni dell’Arco. Nel 2009, pubblica Ode nascente sempre con le Edizioni dell’Arco, una pubblicazione bilingue italiana e francese. Nel 2010 pubblica Per una tazzina di caffè con la casa editrice Ediesse, racconto inserito nell’antologia dal titolo “Permesso di soggiorno, gli scrittori stranieri raccontano l’Italia” a cura di Angelo Ferracuti. Vince il Premio Internazionale di Letteratura Europea con l’opera Ode nascente a Lugano nel maggio 2010 e il Premio Anguillara Sabazia a Roma. Nel 2011, pubblica con le Edizioni MonteditCurve alfabetiche e di recente ha curato l’Antologia poetica di espressione francese per la rivista Soglie dell’Università di Pisa. Nel febbraio 2012 è co-autore di Rime abbracciate/ L’Etreinte des rimes, opera poetica bilingue pubblicata da L’Harmattan in Francia. Attualmente vive e lavora a Milano, dove per le ultime elezioni amministrative è stato candidato al Consiglio comunale sostenendo l’attuale sindaco Giuliano Pisapia.

Prima di tutto il problema terminologico. Se è pacifico che sono erronee, anche solo parzialmente, tutte le definizioni ad oggi utilizzate per definire la letteratura italiana prodotta da autori di origine straniera, è altrettanto vero che ci sono fili comuni – quello delle biografie degli autori ma anche quello della potenzialità trasformatrice a livello linguistico – su cui può essere utile discutere. Tenendo a mente che stiamo parlando di letteratura italiana a tutti gli effetti, come vivi la presenza di questi fili comuni e la volontà, di critici e professori soprattutto, di trovare una collocazione e un nome specifico a questa esperienza culturale?

Penso che ogni attività debba avere un nome, un suo percorso. Tutti i movimenti o correnti letterari nella storia hanno avuto un nome. Rilasciare un nome non è sbagliato, a mio parere è il tipo di nome che viene usato che crea sempre problemi.  Tutti i paesi occidentali colonizzatori hanno attraversato questo momento. In Francia si parla di francofonia, in Spagna di ispanofonia. L’italofonia nascente divenuta realtà ormai incuriosisce alcuni esperti, il mio augurio è che coinvolga i letterati e il mondo accademico poiché il suo contributo è incommensurabile. L’appuntamento del terzo millennio è il meticciato culturale. Le lingue si mescolano per partorire i neologismi, le nostre sfumature sfornate tra due lingue arricchiscono la lingua italiana, ma in tutto questo è la lingua italiana che rappresenta il fulcro, il vero barometro. Allora non si può creare una dicotomia: la letteratura diventa una e indivisibile.

Pur essendo la poesia l’asse centrale della tua attività, per lo meno editoriale, tu sei impegnato sul fronte della comunicazione. Sei spesso presente in occasioni di discussione e dialogo con il pubblico, intervieni in merito a grandi parole che celano grandi problematiche come migrazione, diritti, Africa. Quanto e cosa può fare un intellettuale di fronte a questioni sociali che lo sovrastano eppure lo riguardano così da vicino?

Moltissimo. Il poeta è prima di tutto un artista, il vate del suo popolo. Le grandi rivoluzioni nascono sempre attraverso l’uso del canto e della parola. Nelle mie opere come nei miei incontri cerco sempre di mettere in prima fila la difesa culturale delle minoranze. Credo che i veri problemi non si risolvano con l’uso delle armi e della guerra, ma con il dialogo, la poesia e la letteratura. Riflettere e far riflettere, usare la grammatica della negritudine per ridare dignità all’Africa ad esempio, ridisegnare la semiologia dell’immigrazione per favorire l’integrazione degli immigrati. Parlare del relativismo culturale per uguagliare i cittadini. Mi sono prefissato prima di tutto l’amore tra i popoli e l’universalità delle culture.

L’Italia pare essere recentemente uscita da una stagione politica di veleni, in cui partiti non all’altezza della situazione hanno progressivamente invitato il paese alla rilassatezza e alla paura, alla banalità e alla xenofobia. Se è vero che le storie politiche di alcuni personaggi sono tramontate, quanto credi dureranno le complicazioni sociali che le loro azioni hanno inflitto al Paese e quanto, in fondo, gli italiani sono simili a loro?

Non si può negare che l’Italia e la Germania hanno lasciato un’impronta poco gradevole nella storia dell’umanità. Due ideologie hanno trascurato il destino dell’essere umano: il nazismo e il fascismo. Vivere in questi due paesi e vedere politici che continuano a professare tali ideologie non è per nulla gradevole. La xenofobia esiste, il razzismo è presente, la discriminazione esiste a tutti i livelli. Siamo presenti ad una pagina nefaste della politica italiana. Occorre a mio parere  creare la società dei diritti e doveri e non della paura, la società della meritocrazia, dell’uguaglianza e non dello slogan “l’Italia agli italiani”. Occorre accettare l’Altro come soggetto e non come oggetto. Considerando che l’Italia ha già le sue mille contraddizioni, il nord scissionista, gli italiani del sud non ben visti, è palese che gli immigrati avranno enormi difficoltà ad essere accettati. Il paese ha l’interesse di voltare pagina, pensare al destino dei suoi cittadini che sono tutti coloro che calpestano la terra italiana.

In due tuoi versi canti la bellezza della parola, dicendo “… la meraviglia della parola / è la sua limpidezza …”. Oggi assistiamo a fenomeni forti che investono idiomi in mutamento costante: la contrazione e l’impoverimento delle parole come conseguenza della tecnologia comunicativa e mediatica, l’ingresso sempre più aggressivo dell’inglese, l’apporto neologistico di tanti migranti. Quando la parola può dirsi limpida?

Fa parte della missione del poeta attingere nell’alveare dell’alfabeto le parole, collegarle e  partorire con esse i suoi versi. La parola ha il suo senso, il suo significato, il suo profumo e il suo peso. Non dimentichiamo che la semplicità è arte e per traghettare i nostri sentimenti e le nostre emozioni ci vuole limpidezza nei concetti e nelle parole che usiamo.

La cultura non è statica ma vive di osmosi e scambi. Quanto può essere utile la presenza e l’impegno dei migranti per riuscire a livellare il provincialismo del nostro Paese e la sua corsa a diventare sempre più periferia?

Il ruolo di ogni Stato è uguagliare i suoi cittadini indipendentemente della provenienza, del colore della pelle, della lingua e della fede. I migranti sono a tutti gli effetti dei cittadini a prescindere della loro provenienza poiché vivono in Italia convivendo con gli autoctoni. Il futuro è il “meticciato”, i figli dei migranti sono italiani e avranno anche loro qualcosa da dare, da dire e nello stesso tempo da ricevere. Ribadisco il concetto di universalità che dovrebbe essere la bandiera sia dei poeti sia dei politici. Ora penso che i migranti debbano eccellere a tutti i livelli, lavorare per il loro paese, l’Italia, e occuparsi delle cose pubbliche. Il livello di integrazione si misura anche nella partecipazione dei migranti.

Con questa intervista a Cheikh Tidiane Gaye la redazione di Mumble: torna a lanciare, dopo i due appuntamenti di “Radici di mangrovia”, uno sguardo verso la realtà della letteratura italiana prodotta dagli autori di origine straniera, momento cruciale del percorso verso la conoscenza autentica delle diversità che possono unirci e fenomeno destinato a rinnovare letteratura e società.

La redazione di Mumble: coglie l’occasione per esprimere la propria sensazione di vuoto a fronte della scomparsa dell’amico scrittore STEFANO TASSINARI, che con coerenza e lucidità ha sempre messo a disposizione dei giovani che tentano di “fare cultura” la propria autorevolezza, scevra di ogni paternalismo ma intelligente e sincera come può essere solo quella di un vero compagno. Ciao Stefano.

http://www.mumbleduepunti.it/site/index.php/2012/05/andate-e-mescolatevi/