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I fischi bassi addolciscono

le mie serate diurne
gli applausi muti mi placano
il sorriso defunto
nel corteo carnevalesco
lo sputo gioioso dei nemici
mi rende forte, saldi i piedi.

L’aritmetica risplende
il mio pensiero
accanto alla geometria
delle mie parole lampo,
le due strade
hanno disegnato la parabola
della mia opera,
mi sono fatto l’iperbole
di versi voraci,
i miei temi di sapore salato
sobri infiniti.

Sono cielo e terra,
tempo e temporale,
fulmine folgorante
nella tana tiepida del tempo.

Ho sbagliato sempre a rimare
ma ho lodato l’ode – pianto,
ho voluto un testo
rimante discordante
nella grammatica dei miei sogni
e ho partorito quadri colorati
indolori, insipidi e perenni.

Nella mia chiusa piazza
solitaria affollata
una linea orizzontale
si affacciava
al verticale tortuoso cammino
del mio essere
presente inesistente.

Dopodiché ho imboccato l’ingresso
bussato alla porta azzurra chiusa
e nella stanza arde la lampada,
fuori una luce buia
che orientava il mio sguardo
ancora cieco e dettava alla mia voce
piccola grande voce che diceva:
sorridi agli invidiosi
poiché verrà sempre il parto
di una nuova alba.

http://www.el-ghibli.provincia.bologna.it/id_1-issue_09_36-section_1-index_pos_3.html

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